La nostra storia


La nostra storia

“Faccio bene a mollare tutto?”.

Quante notti insonni ho passato tormentandomi con questa domanda, gli occhi fissi sul soffitto…

Le persone intorno a me pensavano che fossi uscita fuori di testa.

“Valentina, ma sei impazzita?!! Vuoi davvero rinunciare al posto fisso alla Presidenza dell’A.M.A. con tredicesima, quattordicesima, ferie, permessi e compagnia bella?”

In un certo senso li capivo. Lo dicevano per il mio bene.

E dal loro punto di vista avevano pienamente ragione. Come potevo lamentarmi? Avevo una vita agiata e per molti versi fortunata. Staccavo alle tre e, dopo, avevo tutto il tempo libero per tuffarmi in quella che per me era la ‘vita vera’: yoga, teatro, cinema, passioni, amici, hobby…

Una vita che è il sogno di molti, ma non era più il mio…

Mi ci sentivo sempre più stretta in quella vita, come fasciata in un elegante tubino nero di due taglie più piccolo che continua a restringersi ogni giorno di un pezzettino, mentre io sognavo di danzare tra le morbide pieghe d’una gonna svolazzante e di mille colori, piena di ricami e briosi volant.

Sentivo che era arrivato il momento di spezzare le catene di quella routine.

Volevo scendere dalla ruota del criceto dove correvo all’impazzata in attesa del weekend, facendo lo slalom tra appuntamenti, telefonate e riunioni.

Avevo voglia di scoprire, di cambiare, di viaggiare e soprattutto di essere me stessa.

Soprattutto, volevo fare qualcosa per lasciare un segno. Un piccolo segno che parlasse di me, di ciò che sono davvero.

All’inizio ho avuto mille ispirazioni, dal ristorante con cucina vegan al vapore alla pousada in Brasile. Per anni sono andata in giro alla ricerca di spunti nei settori più disparati, dall’arredamento d’interni alla ristorazione, curiosando tra i locali di Milano, Torino, Napoli, Firenze e anche in giro per il mondo.

Osservavo, studiavo, annusavo idee.

Sapevo che volevo realizzare qualcosa, ma ancora non avevo ben chiaro cosa.

L’unica certezza è che volevo liberare quella parte di me stanca di vivere segregata nel caldo, sicuro e dorato recinto dell’ordinarietà. Come un destriero selvaggio, scalpitavo nervosamente in attesa di poter fuggire via al galoppo e correre libera nei prati.

Ho iniziato ad accarezzare l’idea di aprire un locale. Mi sono chiesta: “A me dove piacerebbe andare? Che cosa cercherei? Una caffetteria, un bar, una vineria?”

Poi, un bel giorno mi si è accesa una lampadina, leggendo di alcuni cat cafè che avevano aperto in giro per il mondo. Il format mi aveva colpito in modo particolare perché, nel frattempo, ero diventata vegana. Ho quindi pensato: “che bello, un posto dove la gente può mangiare sano, nel pieno rispetto degli animali, e allo stesso tempo staccare dalla quotidianità avendo la possibilità di coccolare un gatto senza possederlo”.

Perché magari c’è gente che, pur amando i piccoli amici pelosi, per i motivi più disparati non può tenerne uno in casa.

Nella mia mente immaginavo un posto che unisse tutte queste cose, dove staccare la spina, leggere un buon libro, sorseggiare un tè o gustare un aperitivo, il tutto condito da cibo sano e biologico e un sottofondo di buona musica.

Il leitmotiv è ovviamente il mio amore per gli animali, che si traduce in una proposta culinaria con ingredienti che non li contiene.

Tutti questi elementi hanno contribuito alla nascita di Romeow.

Devo confessare che all’inizio me lo immaginavo molto più essenziale, molto più bistrot. Avevo, insomma, un’idea più sottotono rispetto a quello che poi è diventato. Perché il successo è arrivato a valanga ed è stato abbastanza inaspettato.

Diciamo che non mi sono accorta quasi di niente. Anzi, per tutto il primo anno mi sono ritrovata in un vero e proprio frullatore di emozioni, di situazioni che mai e poi mai avrei immaginato all’inizio di questa avventura.

Solo qualche mese prima ero sommersa da dubbi, incertezze e punti interrogativi.

Il primo dubbio, il più grande: ma si può fare?

Non era affatto scontato che si potesse aprire un ristorante con dentro dei gatti. La prima mossa è stata dunque quella di andare alla Asl, perché senza il loro nulla-osta il progetto sarebbe morto prima ancora di venire alla luce.

Così una mattina, prima di recarmi a lavoro, sono andata alla Asl di zona ed ho esposto il mio progetto a tre signori. Destino vuole che mi vado ad imbattere in tre gattari, i quali rimangono colpiti ed incuriositi dalla mia idea ma non sanno assolutamente cosa rispondermi. Era una formula nuova e non esisteva alcuna indicazione in materia.

“Dacci qualche giorno che ci informiamo”, mi dicono.

Una scintilla di speranza si era accesa nel mio cuore. E ho passato i giorni seguenti con le dita incrociate, toccando ferro.

Finalmente ritorno alla Asl. Mi siedo di fronte a loro, come davanti alla commissione di esame. Loro mi guardano, impassibili. Pendevo dalle loro labbra.

“Guarda, se rispetti questo, questo e quest’altro per noi non ci sono problemi”.

In quel momento, tra il felice e l’incredulo, mi sono detta: “ma che davvero si può fare?!’”.

Appena ho capito che quel sogno sarebbe davvero potuto diventare realtà, ho messo il turbo e ingranato la quarta. Senza pensarci un attimo mi sono buttata a capofitto in quest’avventura.

Anzitutto ho cominciato a cercare dei locali adatti. Un giorno, per caso, vengo a sapere che vicino casa mia, nel cuore pulsante della Garbatella, ne affittano uno che poteva fare al caso mio. Colgo la palla al balzo e vado subito a dare un’occhiata.

Il locale, nonostante fosse leggermente sotto terra, era molto accogliente, funzionale e luminoso. Gli spazi erano confortevoli e già me lo immaginavo coi tavoli, le luci ambrate, gli arredi… Insomma era perfetto!

“Eccolo! L’ho trovato!”.

Peccato soltanto per un piccolo, non proprio trascurabile, difettuccio: non aveva la canna fumaria!

Facendo due conti ho capito subito che la spesa per installarne una ex novo era al di fuori della mia portata. Con sommo dispiacere (e l’amaro in bocca), esco da quel locale.

Ma il destino quel giorno era uscito a braccetto con la mia buona stella.

Come giro l’angolo, infatti, incontro il proprietario di un negozio d’elettronica che conosco da una vita e che non vedevo da tanto tempo.

“Ehi Vale, che ci fai da queste parti?”.

Io gli racconto a grandi linee la mia idea.

“Ma dai, lo sai che Romeo ha chiuso?”, mi dice indicando la saracinesca abbassata di un ristorante storico qui in zona.

“Il cartello non c’è ancora, ma so che lo vogliono affittare. Prova a chiedere al marito della signora Rosalba, magari ti dà qualche notizia in più”.

Con un balzo felino, è il caso di dire, mi fiondo a prendere informazioni e strappo subito un appuntamento con la proprietaria per il giorno seguente.

Ricordo bene quel momento. Mentre varcavo la soglia mi sentivo elettrizzata e non stavo nella pelle… ma appena metto il naso dentro mi cadono le braccia a terra.

Una cosa orrenda!

I tavoli accatastati in malo modo, gli arredi raffazzonati, le lampadine penzolanti, le sedie sgangherate… tutto era vecchio e scalcagnato come un vecchio saloon caduto in rovina.

A livello strutturale il locale era bello, ma era devastato…

La proprietaria, però, si innamora immediatamente del progetto. Chiacchierando, infatti, scopriamo di avere una grande passione in comune: i gatti!

Non so spiegarlo, ma anche se tutto era in pessime condizioni sentivo a pelle che mi trovavo nel posto giusto.

Una vocina dentro di me mi ripeteva: “Vale ricordati: l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Così decido di consultare l’architetto per capire l’entità dei lavori da fare e, di conseguenza, i costi. Nel giro di qualche settimana io e il mio socio di allora firmiamo il contratto e diamo il via ai lavori.

Peccato che non avevamo una lira!

Alle spalle non avevamo finanziatori o sponsor. Io lavoravo all’Ama e lui alle Poste. Siamo giusto riusciti a prendere un prestito di diecimila euro, subito prosciugati come neve al sole per coprire le spese di apertura della società.

Senza perderci d’animo siamo andati in pellegrinaggio per un mese intero, passando da una banca all’altra alla ricerca di un mutuo. Ce ne stavamo lì, con questo progetto tra le mani che a noi sembrava oro, a chiedere: “Ehi, c’è qualcun’altro che ci crede oltre a noi?”.

La triste verità era che nessuno ci dava credito. Magari il progetto piaceva pure, ma noi eravamo solo due ragazzi poco più che trentenni, squattrinati e senza arte né parte.

Soprattutto, senza garanzie.

Proprio quando avevamo quasi perso ogni speranza – e sopra le nostre teste aleggiava lo spettro di dover mollare – veniamo a sapere di una società che fa da garante con le banche per finanziare le start-up.

“Guardate, l’idea potrebbe essere interessante, sicuramente è innovativa. Vediamo cosa ci dice la banca e forse riusciamo a farvi prendere un prestito come si deve”.

Non credevamo alle nostre orecchie! Finalmente qualcuno credeva in noi! Infatti in un paio di mesi i soldi sono arrivati e abbiamo fatto partire i lavori.

Mi sentivo al settimo cielo, galvanizzata dal cambiamento di rotta che stavo dando alla mia vita. Ma non lo facevo a cuor leggero.

Difatti nessuno ne sapeva niente. In primis i miei genitori, perché conoscevo benissimo la reazione che avrebbero avuto. Già me l’immaginavo mio padre, che oltretutto detesta i gatti, ringhiarmi contro un inevitabile “tu sei pazza!”.

Ai loro occhi sicuramente un po’ matta dovevo esserlo, perché mentre tutti sognano quel benedetto posto fisso io che faccio? Mollo tutto per tuffarmi da un aereo senza paracadute e costruirmi un paio d’ali mentre cado!

Se avessi detto a mio padre che lasciavo il posto all’Ufficio di Presidenza dell’Ama per aprire un ristorante in società con sei gatti randagi come minimo mi avrebbe tolto la parola. Così, un po’ per scaramanzia un po’ per non far venire un infarto a nessuno, non ho detto niente fino ad un mese prima dell’apertura.

A ripensarci, gli ostacoli sulla strada di Romeow sono stati parecchi. A parte quelli materiali, tipici dell’avviamento di qualsiasi impresa, i più ardui da superare sono stati quelli emotivi. Non è facile restare concentrato quando sei circondato da voci che cercano di dissuaderti recitando il mantra “chi lascia la via vecchia per quella nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova”.

Ma forse proprio l’incoscienza di non sapere a cosa andavo incontro, insieme al mio inguaribile entusiasmo, mi faceva credere in quello che stavo facendo.

Ti confesso che la paura più grande era quella di svegliarmi una mattina e leggere “apre il primo cat cafè della Capitale”… ma non ero io.

Se avessi dato retta a quelle voci, ai pareri esterni e a chi mi ripeteva “ma chi te lo fa fare” non mi sarei mai buttata. Perché erano troppo i contro, e non solo oggettivi.

Soprattutto nel primo periodo, il pensiero del debito con la banca non mi faceva dormire la notte. Quella Spada di Damocle penzolante sulla mia testa, però, era una presenza costante che, anziché intimorirmi, mi spingeva a dare il massimo.

Ormai eravamo in ballo e dovevamo ballare. Dopo esserci giocati tutto, con un mutuo sul groppone e un’attività del tutto nuova – che sulla carta poteva fallire dopo due mesi – e senza alcuna esperienza imprenditoriale alle spalle. Non potevo tornare indietro. Avevo il mio sogno tra le mani. E lo dovevo fare crescere.

Ricordo ancora il primo scontrino battuto, l’emozione del primo ordine, la prima sera che ho abbassato la serranda di Romeow.

“Sta succedendo davvero?”, mi ripetevo trasognata.

Giorno dopo giorno, ordine dopo ordine, scontrino dopo scontrino, mi rendevo conto di aver fatto la scelta giusta. Una consapevolezza che è divenuta certezza quando ho visto che in rete si parlava di noi. E poi sui giornali. E poi in tv. E dopo poco è arrivata la vittoria alla trasmissione Quattro Ristoranti.

Nel giro di poche settimane eravamo sulla bocca di tutti.

Ma la conferma più grande mi è arrivata da tutti quei clienti che prima di andare via mi guardavano con gli occhi luccicanti e mi dicevano: “ma che cosa meravigliosa che avete fatto!”.

Ecco, lì ho capito veramente d’aver creato qualcosa di forte e non ‘soltanto’ un ristorante.

Perché magari uno di solito dice “complimenti per il menù, tornerò presto, ho mangiato bene”… Ma chi è che esce da un locale e con i lacrimoni agli occhi ti dice “grazie per quello che avete creato”?

La mia gioia più grande, ancora oggi, è ricevere feedback dai nostri ospiti, sapere che apprezzano il mondo dietro al progetto Romeow, la filosofia di vita, l’espressione di un modo di vivere accompagnato dalla curiosità di scoprire cose nuove, alla ricerca di un continuo miglioramento, giorno dopo giorno.

Ero ‘confusa e felice’, per dirla con le parole di una famosa canzone. Ma non mi sono seduta sugli allori. Anzi, dopo qualche anno ho deciso di prendere il locale accanto e unirlo a quello che avevamo già in affitto per dare vita a nuove esperienze, come l’esposizione di quadri di artisti emergenti o l’organizzazione di eventi letterari.

Ancora una volta, si è alzato un coro di voci contrarie che mi dicevano “lascia stare, ma chi te lo fa fare”. Come dargli torto? Del resto sarebbe stato sensato scegliere la via più sicura e restarmene nella zona comfort, proprio come quando avevo il mio bel posto fisso nell’Ufficio di Presidenza dell’Ama.

Qualsiasi professore di marketing mi avrebbe bacchettata sulle mani e messo dietro alla lavagna, dicendomi che quella era una mossa troppo azzardata.

In fondo Romeow era nato come un bistrot, un angolo per sua natura intimo e riservato, e magari ampliandolo avrei rischiato di snaturarlo.

“Come prenderebbero i nostri ospiti questa trasformazione? Penserebbero che abbiamo cambiato filosofia?”

Senza contare che rilevare il locale a fianco e ristrutturarlo avrebbe quasi prosciugato le mie finanze…

Lo ammetto, quei giorni mi tremavano le vene dei polsi.

Poi, però, ho ‘tirato fuori le unghie’ e ho seguito il mio istinto, senza lasciarmi ammaliare dal canto delle sirene. “Chi si accontenta, gode…”

Per fortuna i miei timori erano infondati e i nostri ospiti hanno apprezzato il cambiamento. Per loro era chiaro che l’ampliamento serviva proprio per rafforzare la nostra filosofia, per creare angoli più intimi e confortevoli e per dare maggiore spazio ad iniziative legate all’arte, alla musica e alla cultura.

Quando l’ho capito ho tirato un sospiro di sollievo. Anche se, in cuor mio, sapevo bene che in futuro ci sarebbero state altre novità, altre innovazioni, altri miglioramenti, altre evoluzioni. Altre sfide che mi metteranno nuovamente di fronte ai i miei dubbi e le mie paure.

Ma io sono pronta a superarli per portare avanti il mio sogno.

Un sogno che ormai non è più soltanto mio, ma un viaggio condiviso con tante altre persone speciali.

Mi riferisco, oltre ai ragazzi del mio staff, alle migliaia di ospiti ispirati e appassionati che varcano la soglia di Romeow non tanto per “mangiare bene”, quanto per vivere un’esperienza unica e ritagliarsi una piccola parentesi di felicità insieme alle persone che amano.

Dopotutto, è questo il mio piccolo segno nel mondo: un luogo magico e fuori dal tempo dove poter essere sempre noi stessi, per coccolare i nostri sensi e arricchire il nostro cuore.